Comitato di Coordinamento Gruppi Giovani Como

incontro con l’editorialista Dario di Vico

incontro con l’editorialista Dario di Vico

PMI, professionisti, autonomi Strategie di uscita dal tunnel. Etica e rappresentatività salveranno gli Invisibili?

Buonasera a tutti, e mille grazie per essere qui.

Grazie molte a Dario Di Vico, che ha accettato il nostro invito, a Confindustria Como, con Poliani e Nessi, padroni di casa, e grazie al mio consiglio.

Il consiglio del Coordinamento dei Gruppi giovani, esperienza che, prima in Italia, raggruppa per 11 gruppi giovani di associazioni di rappresentanza e ordini che ragionano e lavorano insieme. Siamo qui per parlare, anche, di exit strategy, e la nostra, forse, è una strada.

Ci dicono che noi piccoli siamo la spina dorsale dell’economia italiana, e la cosa ci onora, ci responsabilizza e un po’ ci spaventa.

Abbiamo capito di essere invisibili, e ci stiamo attrezzando per contare di più, anche se, in realtà, alcune delle Associazioni rappresentate in sala, questa sera, sono già dei giganti, almeno nel panorama locale.

Abbiamo detto che i “grandi” – le banche, la grande politica, la grande impresa – devono aiutarci – con maggiori prestiti, con politiche ad hoc, con più considerazione –, e finora è stato fatto ben poco.

Abbiamo realizzato che “piccolo è bello”, anche se in realtà, forse, non è che piccolo è bello in sé, ma piccolo è bello perché poi diventerà grande, facendo ripartire quell’ascensore sociale che oggi, nel Paese, appare un po’ bloccato.

Questa sera, però, vorremmo parlare anche d’altro. Vorremmo approfondire quello che gli altri potrebbero fare per noi, ma soprattutto vorremmo parlare di quello che noi stessi possiamo fare per noi. Proprio perché siamo i famosi ceti produttivi del nord, le chiacchiere tendono ad annoiarci e, poiché siamo pragmatici, preferiamo i fatti.

Di ricette pronte, sia ben chiaro, non ne abbiamo, e men che mai ne ho io. Quello che vogliamo fare è confrontarci, perché è dal confronto che nascono le idee migliori.

Il primo punto credo che sia il lavoro, anche perché senza, da questa crisi, non se esce, e poi noi abbiamo voglia di lavorare. Il lavoro produce ricchezza, però il lavoro in Italia è tassato come nient’altro. Le rendite finanziare sono molto più favorite, con grande frequenza si parla di cedolare secca sugli affitti, in pochi parlano del lavoro. Se guadagno 100, lavorando, pago più di 60 in tasse e contributi, e forse peggio capita alla mia segretaria, che mi costa circa due volte e mezzo il suo netto in busta, mentre se guadagno 100 con la speculazione finanziaria mi rimane in tasca più di 80. Strano, considerando che la speculazione finanziaria ha creato, ultimamente, un bel po’ di danni.

Se è vero, e se è giusto soprattutto, che la crisi, la situazione economica in atto fa saltare i tradizionali steccati tra datori di lavoro e dipendenti, che si rendono finalmente conto di essere sulla stessa barca, ovvero dalla stessa parte della barricata, è anche vero che, forse, sarebbe utile che la stessa crisi facesse nascere una dialettica virtuosa tra lavoro e rendita, facendo capire che è il primo – da esercitarsi in qualsiasi forma, attenzione, in qualsiasi forma – che deve vincere sulla seconda. In caso contrario la Repubblica diventa fondata sulla rendita, non più sul lavoro, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Di rendite, stiamo ben attenti, ce ne sono tante, finanziare, di posizione, politiche. Io credo che tutte vadano ridimensionate, e lo dico da professionista: forse sono loro il più grande ostacolo alla ripresa.

Di più, bisogna essere messi in condizione di poter lavorare. Io mi occupo di ambiente, e sono quindi da questo punto di vista insospettabile, però credo che molte norme burocratico – amministrative servano solo a fare carta, e a far guadagnare i consulenti (me compreso, magari). Sarebbe bello se lo Stato facesse un po’ di semplificazione seria, riuscendo a distinguere il grano dal loglio, le cose utili dalla carta.

Detto ciò credo che si possa smettere di pensare alle azioni esogene (ovvero che arrivano dall’interno), per concentrarci su quelle endogene, ovvero quelle che noi possiamo fare per noi stessi.

Siamo stati e siamo, pare, tutti invisibili, però forse anche all’interno di questa categoria c’è chi è più invisibile degli altri, ed è giusto dirlo.

Già dalla fine degli anni novanta, per esempio, si è assistito al fenomeno dei liberi professionisti finti, ovvero delle partite IVA monoclienti che lavorano – esattamente come se fossero dei dipendenti, tranne che per le tutele ed i diritti – negli studi di altri liberi professionisti veri. Ebbene, dire che questi due gruppi, ben distinti finché l’economia tirava, sono ora nella stessa barca mi sembra un po’ tirato. Se i professionisti veri stanno ora andando verso la proletarizzazione, gli altri ci stavano già da prima, e lo dico da professionista vero. Questa è una stortura, e deve essere risolta in modo endogeno: solo dopo si potrà parlare del resto. Se ne potrà parlare poi, magari non come sta facendo qualcuno, pensando a barriere d’ingresso ed altre cose strane, ma bensì lavorando ad una riforma vera, intelligente e moderna, di cui c’è un gran bisogno. I professionisti, infatti e per fortuna, non sono tutti uguali, c’è ancora chi gode di rendite di professione e c’è chi la professione la fa per disperazione, perché non c’è altro. Riflettiamoci, prima di fare di tutta l’erba un fascio, e pensiamo che la famosa riforma, forse, non è stata fatta perché per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno. E per colpa di qualcuno oggi siamo nei guai.

Sempre dagli anni novanta, poi, si è assistito ad un altro interessante fenomeno, ovvero alla forte crescita del reddito degli autonomi, che ha avuto il suo culmine nel cambio lira/euro. In questo periodo il lavoro in proprio, l’artigianato, la piccola industria, le professioni apparivano come una sorta di Klondike, dove anche Zio Paperone fece la sua corsa all’oro. Chi non ricorda gli idraulici dai conti d’oro – non me ne vogliano quelli presenti in sala – gli ingegneri in Mercedes – mi ci metto anch’io – la crescita esponenziale, sulle nostre strade, del numero di auto di lusso. Chi le comperava, tutte queste Cayenne, oltre al mio concittadino Marco Ranzani? I dipendenti? Credo proprio di no, è più facile appartenessero a qualche invisibile particolarmente in forma, cui magari le banche prestavano soldi a più non posso. E a cui magari adesso hanno chiuso i rubinetti, magari anche a causa del leasing della Porsche. E’ bene dirlo. Abbiamo vissuto, in generale, al di sopra delle nostre possibilità, e l’atterraggio non può che essere brusco.

A proposito di atterraggio brusco, un’ultima riflessione. C’è la crisi, è sotto gli occhi di tutti, si chiede a gran voce l’aiuto pubblico, che va sempre ad altri e mai a noi. Sorvolando sul fatto che questa affermazione è opinabile – la grande impresa, è vero, di soldi ne prende molti, ma quanti ne spende, per esempio, la Regione Lombardia, per le PMI? –, è necessario dire, per onestà, che pareva quasi ci fosse, tra Stato e piccola impresa, una sorta di patto tacito di non disturbo. Io non disturbo te (non ti chiedo soldi) tu non disturbi me (pago poche tasse). Qui c’è poco da dire, le statistiche parlano chiaro: tanta gente non paga. E non stiamo qui a difenderli, perché è fiato sprecato. Se difendiamo, infatti, è perché abbiamo la coda di paglia: chi paga (e paga tanto) non può che essere inferocito, con gli evasori, che fanno concorrenza sleale e si arricchiscono pure. Una proposta in tal senso: e se abbassassimo l’IVA? Spingeremmo i consumi e renderemmo non così conveniente il sommerso: forse vale la pena pensarci.

Il mio intervento, che volge al termine, è stato volutamente provocatorio, adesso a voi la parola. Ho voluto stuzzicarvi non per antipatia, ma perché vi stimo e credo che le forze produttive, e ancor di più quelle giovani, abbiano il dovere di percorrere strade nuove, offrendo soluzioni innovative ai tremendi problemi coi quali siamo chiamati a confrontarci.

Non piangiamoci addosso, non serve. Scuotiamo la società, rompiamo i monopoli e le rendite di posizione, assumiamo con coraggio il nostro ruolo guida, senza rimpiangere l’ieri ma pensando ad un domani, anche se diverso, migliore.

Siamo invisibili, siamo piccoli, ma cresceremo. Questa è la nostra missione.

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